I nuovi giochi Open-World: vere sfide per la CPU

open world

Le diverse generazioni videoludiche hanno sempre avuto generi di riferimento ben precisi.

Negli anni siamo passati dalle avventure grafiche ai platform, dagli action agli sparatutto e così via fino ad oggi, dove sono gli open world a farla da padrone. In realtà parlare di genere è per certi versi inesatto, in quanto si fa riferimento alla struttura base del gioco, sulla quale poi gli sviluppatori vanno a costruire l’esperienza, aggiungendo di volta in volta vari elementi ed ampliando così enormemente ciò che ogni produzione è in grado di regalare, sia in termini di impatto visivo sia per ciò che concerne le emozioni.

 

Negli open world si fa della libertà il mantra assoluto, il giocatore deve essere in grado di esplorare ogni parte della mappa, senza sentirsi costretto da una progressione lineare. A differenza dei classici giochi a livelli, dove l’avventura viene suddivisa in parti che hanno un inizio ed una fine fisicamente ben distinti, negli open world il giocatore crea la propria storia scegliendo dove andare e cosa fare. Per comprendere al meglio l’incredibile capacità di calcolo che serve per mantenere in funzione questi mondi, e dall’altra parte l’impressionate mole di lavoro necessaria per crearli, è sempre meglio fare un breve tuffo nel passato e vedere come la situazione si è evoluta negli anni.

 

Per molti il primo gioco ad essere considerato effettivamente open world è stato Ultima I, uscito nel 1981, e che dava al giocatore la possibilità di esplorare liberamente la mappa senza che il passaggio da un’area all’altra venisse bloccato da ostruzioni innaturali o porte chiuse. Certo, nell’entrare nei Dungeon si passava dalla classica vista dall’alto, usata per l’esplorazione e per le attività in città, ad una visuale in prima persona, ma per la prima volta il giocatore era libero di scegliere la propria via da percorrere.

Nell’84 si cambia completamente setting e dal medioevo fantasy si passa alla fantascienza ed ai viaggi spaziali. Ovviamente il nome in questione è Elite, un videogioco che già al tempo provava a lanciarsi nel mondo della grafica tridimensionale, con un mondo generato proceduralmente, come faranno poi molti altri all’interno di questo genere.

Più o meno la stessa doppietta si è poi ripresentata nel 1986 su Nintendo Entertainment System con The Legend of Zelda, che sulla falsariga di Ultima dava al giocatore la piena possibilità di approcciare l’avventura a proprio piacimento, lasciando così ai più abili la possibilità di cimentarsi subito con le parti finali dell’avventura stessa. Ad accompagnarlo, nel medesimo anno, c’è stato Metroid, che liberava il giocatore dallo scrolling unilaterale, dandogli invece la possibilità di tornare indietro o esplorare verticalmente; in questo caso però la progressione era più lineare, in quanto bisognava avere determinate abilità per aprire nuove strade in zone già esplorate.

Quasi ironicamente il dualismo tra fantasy e sci-fi si protrae ancora nel tempo, dando vita con Bethesda a due franchise che diventeranno fondamentali per il genere e per la community PC. Per il lato fantasy, stiamo parlando di The Elder Scrolls con The Arena e Daggerfall, che sfruttavano elementi generati casualmente per creare una mappa di gioco mastodontica, da esplorare in prima persona e pronti a combattere. Per quanto riguarda lo sci-fi, nel 1997 si entra nel territorio del retrofuturo con Fallout, dove era invece possibile esplorare una California post apocalittica ed ogni decisione del giocatore aveva delle ripercussioni visibili sul mondo di gioco. Per molti ancora oggi è considerabile come il miglior gioco di ruolo di sempre.

 

Mentre nel mercato passavano pietre miliari del genere, come Grand Theft Auto e The Legend of Zelda: Ocarina of Time, per il più grande avanzamento nel ambito degli open world bisogna di nuovo sconfinare oltre il PC e dare uno sguardo a Shenmue, che nel 1999 ha fatto scoprire ai giocatori quanto fosse importante immergersi nel mondo videoludico, grazie al ciclo giorno notte, al meteo variabile, ma soprattutto per via dei personaggi non giocanti, che avevano la loro routine e quindi non stavano semplicemente lì ad aspettare il giocatore stesso.

Il passo successivo è stato compiuto da Grand Theft Auto III, che combina tutti gli elementi scaturiti dall’evoluzione di questo genere nei venti anni precedenti alla sua uscita, creando così lo standard per i giochi futuri. Un mondo ricco di attività, tanti personaggi unici e una storyline sopra le righe hanno fatto diventare il marchio Rockstar una hit senza precedenti, con ripercussioni che possiamo vedere ancora oggi con il quinto capitolo.

Mentre le due serie Bethesda, The Elder Scroll e Fallout continuano la loro evoluzione di capitolo in capitolo, il genere open world diventa in parte anche sandbox con gli shooter FarCry 2 e Just Cause 2, dove l’idea di base è che il giocatore ha la possibilità di completare le missioni nel modo che più preferisce, o meglio ancora può semplicemente divertirsi nell’esplorare e far esplodere tutto, come spesso succede nel titolo di Avanlanche Studio.

Se da un lato il genere si stava evolvendo verso qualcosa di molto vicino al cinema con Grand Theft Auto IV, con Minecraft si è avuto un ritorno a dei mondi veramente aperti; non solo è possibile distruggere e ricostruire ogni parte del gioco, ma la mappa di gioco è di fatto infinita e diversa ad ogni partita, dando così al giocatore la totale libertà d’approccio, come non si era mai vista prima in un videogioco. Inoltre Minecraft crea sostanzialmente  il concetto su cui ora si basano i giochi “Early Access” di Steam, ossia quello di dare al giocatore la possibilità di acquistare un gioco ancora in fase di sviluppo e vederne l’evoluzione nel corso de mesi.

 

Al giorno d’oggi ormai gli open world sono diventati la maggioranza, con esponenti di lusso come The Witcher 3, Metal Gear Solid V, Borderlands, Dying Light, oltre alle sopracitate saghe di Bethesda e Rockstar, ma anche buona parte dei titoli Ubisoft come Assassin’s Creed e Watch Dogs. Mondi che diventano sempre più densi e ricchi di intelligenze artificiali in grado di muoversi e compiere azioni autonomamente. Come accennato prima, una quantità di calcolo enorme, che richiede quindi CPU dalle prestazioni davvero importanti; quindi se siete fan degli open world assicuratevi che il vostro processore sia pronto per accoglierli al meglio. La differenza prestazionale che si ottiene su PC rispetto ad una console è sempre abissale e nemmeno le piattaforme più moderne riescono a stare al passo dei desktop più performanti. L’estrema immersione di cui parlavamo all’inizio dell’articolo, trova dunque la sua massima espressione proprio sui monitor dei nostri salotti grazie a risoluzioni in 4K, una qualità delle texture generalmente superiore e ad una effettistica inarrivabile in qualsiasi altro ambito. Giocare ad un open world su PC resta dunque un’esperienza unica tanto che ci si perde spesso ad ammirare gli orizzonti, potenziati da una draw distance altissima e da una nitidezza senza paragoni. A differenza di molti altri generi, infine, MMO e open world basano appunto sulle CPU la maggior parte delle operazioni importanti ed è per questo che con i processori Intel Core di ultima generazione è possibile ottenere i migliori risultati in assoluto. Considerate che tutti i personaggi non giocanti e le azioni del vostro alter ego virtuale vengono regolati dai calcoli del processore, mentre quasi tutto ciò che riguarda la fisica è ormai demandato alle GPU. Se cercate il posto migliore per giocare al genere di riferimento per questa generazione non credo vi servano altri dettagli su cosa scegliere.

 

di Tommaso Valentini

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