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Ragazze alla conquista degli e-sports: la diversità nel gaming agli IEM

La diversità è una ricchezza che, purtroppo, non è sempre facile da cogliere. Fin dalla preistoria, infatti, gli esseri umani si sono uniti formando tribù composte da persone “affini”. Questo tipo di unione è un’eredità che proviene quindi da un lontano passato e che si traduce oggi nella tendenza a cercare di stare con le persone che più ci somigliano, escludendo il “diverso”.

Per superare queste barriere mentali e culturali a volte è necessario usare “terapie d’urto”: in quest’ottica vengono definite per esempio alcune policy adottate da molte grandi aziende, soprattutto in campo tecnologico. Le tanto discusse “quote rosa” in questo contesto si trasformano quindi in quote multicolor, indirizzate al più generale tema della diversity.

In occasione del campionato Intel Extreme Master di Katowice, abbiamo avuto modo di scambiare quattro chiacchiere con Lee Machen che si occupa principalmente proprio di sviluppare la diversity all’interno di Intel.

Perché puntare così tanto sulla tematica della diversità? Le ricerche parlano chiaro e mostrano una situazione totalmente sbilanciata all’interno delle aziende: la maggior parte dei manager delle grandi multinazionali infatti sono uomini bianchi e caucasici. E tutti gli altri, non sono forse all’altezza di ricoprire tali ruoli decisionali all’interno di un’azienda?

Più probabilmente, tutti gli altri non hanno semplicemente avuto le stesse opportunità di avvicinarsi a quel tipo di ruolo.

Cosa ne consegue? Le linee di prodotto, ma anche il modo di pensare e di fare business, rispecchieranno al 100% la cultura di quegli uomini bianchi e caucasici. Un’azienda multinazionale presente con le sue sedi in decine di Paesi, invece, ha l’obbligo e la necessità di diversificare la sua offerta in base alle diverse culture.

Intel, per esempio, non produce solo processori, non sviluppa solo nuove soluzioni tecnologiche per i computer. Intel è presente anche in molti altri settori, tra i quali uno di grande importanza è quello del gaming. Ma come approcciare il tema della diversità nel gaming – ancora poco conosciuto e spesso criticato – in un’ambiente tendenzialmente dominato da maschi?

Con un metodo semplice, ma che merita un approfondimento per non essere frainteso: creare dei tornei di eSport aperti solo a team femminili. Così è stato ad esempio durante gli Intel Extreme Masters, dove hanno avuto luogo competizioni di “Counter Strike: Go” a cui potevano partecipare solo ragazze.

diversità nel gaming
Torneo femminile agli IEM 2016

Alcuni potrebbero rimanere sorpresi davanti a questa notizia: ci si potrebbe giustamente chiedere se non sia meglio creare team misti piuttosto che indire dei campionati dedicati solo alle ragazze, se l’obiettivo è favorire la diversità nel gaming. La risposta la fornisce lo stesso Lee Machen di Intel durante la kermesse polacca: prevedere team solo femminili è importante per riuscire ad inserire – in un futuro non tanto lontano – le ragazze nel difficile mondo del gaming competitivo.

Non esistono regole scritte che vietino la formazione di squadre miste, chiaramente. Negli eSport infatti uomini e donne non differiscono per caratteristiche fisiche, come accade invece negli sport tradizionali. Questo rende potenzialmente gli eSport le competizioni più paritarie esistenti al mondo, perché le uniche componenti che possono influenzare la bravura di un giocatore sono la passione e l’allenamento. La verità è che è semplicemente molto difficile trovare ragazze nel mondo degli eSport.

Stranamente, le statistiche riferiscono che ben il 48% dei videogiocatori sono donne. Sì, ma quante di loro giocano a livello competitivo? Poche, pochissime, e lo ammettono le stesse ragazze del Team Property, team rosa presente a Katowice per competere agli Extreme Masters e sponsorizzato proprio da Intel.

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Team Property agli IEM

Quasi tutte le ragazze della squadra hanno iniziato a giocare “tardi”, più o meno a 13 anni, e influenzate dagli uomini presenti nelle loro vite. Therese Szanto, per esempio, è stata stimolata ad iniziare a giocare dal padre e dal fratello che da sempre sono giocatori di Counter Strike. Altre invece, come la spagnola Aidy Garcia, hanno dovuto “combattere” con i propri genitori per spiegare loro che il gaming può essere un vero e proprio sport. Ora, però, la mamma di Aidy condivide con orgoglio sulla sua bacheca di Facebook tutte le interviste che la riguardano.

Therese Szanto racconta come a volte per lei sia stato difficile essere presa sul serio in questo settore: “durante un colloquio per un lavoro part time mi hanno chiesto cosa facessi nel tempo libero, e quando io ho risposto di essere una videogiocatrice professionista tutti credevano li stessi prendendo in giro. Associare il videogioco al professionismo è ancora qualcosa di lontano dalla nostra cultura, aggiungendo anche il fatto che io sia donna potete facilmente immaginarvi l’incredulità dei presenti”.

Quando le donne cercano di approcciare il difficile mondo del gaming competitivo, infatti, vengono spesso “cannibalizzate” dai giocatori maschi.

Cosa ne pensano quindi queste ragazze dei tornei dedicati esclusivamente a loro? Therese non ha dubbi: “è pensiero comune che noi donne non possiamo competere contro gli uomini in questo campo. Sinceramente non capisco per quale motivo. Se non altro, questi tornei femminili servono a far sì che le ragazze si supportino tra loro, pur nella loro netta minoranza. Serve molto a infondere coraggio tra quelle più timide e dubbiose.”

Ricordate le pari opportunità di cui parlavamo sopra? Ecco, queste ragazze non avrebbero le stesse opportunità degli uomini se non attraverso la creazione “forzata” di tornei dedicati solo a loro. È una sorta di terapia d’urto necessaria, che piaccia oppure no.

In questo modo, il grande pubblico e i recruiter potrebbero notarle, accorgersi della loro bravura e magari arruolarle in una squadra importante a cui avrebbero avuto accesso solo uomini. Che diventerebbe così una squadra mista, più forte perché arricchita dalla diversità.

La ricchezza della diversità nel gaming
La ricchezza della diversità nel gaming

Sempre secondo Lee Machen, infatti, questo tipo di iniziative “in rosa” sono solo una transizione di breve durata, al termine della quale il mondo degli eSport dovrebbe auspicabilmente essere pronto ad accogliere positivamente – dopo tanta sensibilizzazione sull’argomento –anche le ragazze in team ora solo maschili.

Come affermato anche da una delle ragazze di Team Property, “più tornei femminili ci saranno e più coraggio prenderanno le ragazze che, ora, questi tornei li guardano solo dall’esterno”.

È un argomento complicato questo, soprattutto se si parla di diversità nel gaming. Difficile trovare una soluzione definitiva o corretta in tutto e per tutto. L’importante è essere tolleranti nei confronti degli altri cercando di accogliere positivamente il cambiamento; ma bisogna anche spingere in ogni modo perché questo cambiamento avvenga.

 

di Fjona Cakalli – GamesPrincess.it

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