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Il Museo Egizio di Torino si rinnova: nuove tecnologie, nuove esperienze

Enrico Billi Writer

Museosfera: raccontare con il digitale

Per alcuni, il concetto di museo è superato. Lo sostituirebbe quello di “museosfera”: uno spazio reale e virtuale allo stesso tempo dove, secondo Susan Hazan (curatrice presso l’Israel Museum di Gerusalemme), media vecchi e nuovi si possono incontrare in una “ibridazione continua”. Si parte insomma dalla collezione classica, dall’oggetto fisico, per arrivare a percorsi di visita personalizzabili attraverso il mezzo digitale – che per sua natura è malleabile, multimediale e non segue un ordine prestabilito.

Basterà a risvegliare l’interesse del pubblico europeo?

Nel 2013, solo il 37% dei cittadini europei aveva visitato un museo o una galleria d’arte. Da qui, la necessità di ripensare la comunicazione con il pubblico, sfruttando il potenziale creativo di filosofia open-data, IT e storytelling – vedi Mindcraft, il racconto interattivo creato dalla Wellcome Collection di Londra sulla malattia mentale.

Il museo può persino trasformarsi in uno spazio interamente virtuale, basti citare i tour virtuali del Louvre, del MoMA o della National Gallery di Londra.

 

La lotta per emergere

Al dipartimento dei digital media del Metropolitan Museum of Art di New York ci lavorano in 70: settanta cervelli che cercano di trovare il segreto per far apprezzare le gallerie del Met almeno quanto piace Netflix. “Siamo in competizione con Netflix e Candy Crush” – non con gli altri musei, afferma Sree Sreenivasan, capo del team media digitali.

Secondo una ricerca del 2012, il 77% degli istituti d’arte utilizza i social media per monitorare ciò che viene detto su di loro, mentre il 65% li utilizza per conoscere meglio il proprio pubblico – una strategia, questa, molto più interessante, che il Met ha sposato in pieno.

E cosa vuole il pubblico del Met? Wi-Fi libero e app dedicate. L’istituto lo ha accontentato, creando un’app che funge da audioguida e un’altra che permette l’animazione in realtà aumentata dei dipinti (lo stesso hanno fatto il British Museum e il Getty Museum di Los Angeles, con funzionalità che permettono, tra le altre cose, di vedere i capolavori dell’arte nei loro ambienti originari).

Alla Tate considerano addirittura la presenza online del museo come una “quinta galleria”, importante tanto quanto le altre quattro. La loro app propone all’utilizzatore una scultura o un dipinto “leggendo” parametri come ora del giorno, condizioni atmosferiche, rumore dell’ambiente circostante. L’esperimento della Tate può sembrare azzardato, ma costituisce solo un pezzo di un puzzle più ampio – a fare il grosso del lavoro è in realtà la strategia di marketing.

[video Tate]

 

Se è vero che i musei europei si stanno attrezzando con app e social per far breccia su un pubblico sempre più refrattario al fascino polveroso delle teche, non pochi direttori si dicono disposti ad accogliere il digitale solo a certe condizioni. Per Ian Blatchford, direttore del Science Museum di Londra, “la tecnologia digitale non deve spazzare via il senso di identità che sta al cuore del museo”.

Non sappiamo se sia il caso del Louvre, ma non c’è dubbio che la scelta di adottare una Nintendo 3DS come “audioguida” multimediale crei un effetto estraniante. Nel filmato di presentazione vediamo i visitatori aggirarsi per le sale con la testa bassa e gli occhi incollati allo schermo: è questa la soluzione?

[video Louvre]

museo egizio2

Il museo egizio di Torino: un approccio diverso

Il museo egizio di Torino è uno dei più importanti al mondo dopo quello del Cairo. Ha fatto scuola la sua collaborazione con il Cnr, che in Egitto ha avviato una missione multidisciplinare che ricostruisce complessi funerari in 3D grazie a rilievi con fotogrammetria, spettroscopia e Remote sensing tramite satellite.

Ad aprile 2015, il museo ha aperto le porte del suo nuovo percorso di visita: ci siamo fatti raccontare da Enrico Ferraris, curatore responsabile della comunicazione scientifica, in che modo il museo ha saputo integrare la tecnologia con la propria storia pluricentenaria – era da duecento anni che non veniva sottoposto ad un rinnovamento così totale.

“Ci sono gli oppositori e i sostenitori della tecnologia nei musei”, commenta Ferraris. “È però necessario interrogarsi su quali strumenti abbiamo oggi a disposizione  per innescare delle interazioni e su quali hardware sono più adatti. Una didascalia accanto ad un reperto è un tipo di hardware, proprio come un video o un’app. Si tratta di decidere lo strumento più adeguato a veicolare un contenuto”.

 

Cosa vi interessa maggiormente del digitale?

“La trasversalità, la possibilità di rendere partecipe il pubblico attraverso percorsi di visita molteplici. Chi visita il museo egizio di Torino non vedrà mai due volte lo stesso museo”.

 

Qual è la visione del museo sulla multimedialità?

“La multimedialità serve a coinvolgere. Abbiamo però deciso, ad esempio, di non usare i tavoli multimediali, un tipo di hardware che, a nostro parere, non innesca una reale interazione e che risulterebbe inutile con i nostri numeri [700.000 visitatori nel 2015, ndr]. Crediamo che questi strumenti vadano piuttosto utilizzati in maniera mediata, con l’aiuto di uno specialista che guidi l’esperienza.”

Un esempio di tavolo multimediale al museo delle Antichità del Mediterraneo e del Vicino Oriente (Stoccolma): su una superficie multi-touch il visitatore (uno per volta) può sezionare una mummia e il suo sarcofago.
Un esempio di tavolo multimediale al museo delle Antichità del Mediterraneo e del Vicino Oriente (Stoccolma): su una superficie multi-touch il visitatore (uno per volta) può sezionare una mummia e il suo sarcofago.

Che strada avete preferito percorrere?

“Abbiamo scelto un livello base, un’audioguida che viene fornita a tutti i visitatori con contenuti audio-video per descrivere specifici oggetti. Il prossimo anno, invece, uscirà l’app del museo, che consideriamo un livello ulteriore di coinvolgimento, con percorsi suddivisi per durata o per aree tematiche. La nostra chiave di lettura di questo strumento è che l’app non deve interferire tra il visitatore e l’oggetto della collezione. Ci sarà quindi la ricostruzione di reperti frammentati, la traduzione di testi e informazioni aggiuntive, ma l’app non si frapporrà tra il visitatore e il reperto.”

 

Avete già compiuto passi in questa direzione?

“Sì, un esempio è il video della tomba di Kha [una tomba inviolata scoperta nel 1906 dall’egittologo Ernesto Schiaparelli, ndr]. Ci interessava soprattutto fornire elementi di storia della scoperta ed evidenziare le connessioni tra gli oggetti. I ragazzi del CNR hanno ricreato l’ambiente della tomba a partire dalle foto di Schiaparelli, modellando in 3D tutti gli oggetti del corredo funerario e ricollocandoli nella loro posizione originaria. In questo modo il video integra l’esposizione, mettendo gli oggetti in relazione fra loro”.

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In quali altri modi la tecnologia è stata adottata dal Museo Egizio?

“Dal punto di vista tecnico abbiamo un’equipe di restauro che ha compiuto un’eccezionale opera di consolidamento e pulizia dei reperti; abbiamo utilizzato strumenti di diagnostica per le mummie e per i sarcofagi, applicando per la prima volta il protocollo del Vatican Coffin Project, che ci dice molto sui pigmenti e sugli aspetti costruttivi dei sarcofagi. Abbiamo progetti diversi. Crediamo molto negli open-data, e stiamo digitalizzando l’archivio storico Schiaparelli per pubblicare foto e documenti accessibili a tutti. Anche questo è un modo di fare connessione”.

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